Sergente Zedda Salvatore e il Carcano 1868
Il sergente Salvatore Zedda e il Carcano 1868
Nel novembre del 1865 finalmente per Salvatore Zedda, un mio caro bisnonno, finivano i 5 anni di ferma nell'esercito piemontese. Era entrato con quelli della sua classe nell'aprile del 61. Era stato quindi spettatore dei fatti di Garibaldi quando l'anno precedente si ebbe la sensazionale annessione del regno delle due sicilie. Dell'impresa dei mille e dello sfascio dei borbonici comunque a Sinnai non ne arrivavano che l'eco attutito e lontano, come non potevano essere che fatti che accadevano da aldilà del mare.
Salvatore Zedda fu assegnato al comando di fanteria di Cagliari dove trascorse tranquillamente , come soldato semplice i 5 anni di ferma allora obbligatori.
Congedatosi e tornato a Sinnai cominciò a darsi da fare lavorando come carpentiere e muratore. Era naturalmente portato per questi mestieri e non rimase un giorno con le mani in mano. Fu assunto da un suo conoscente che aveva una avviata impresa. Vi erano alle sue dipendenze una decina di muratori e aiutanti vari , però la buona lena di Salvatore ne fece di questi il suo addetto più considerato. Dove c'era da sistemare una trave portante di ginepro, o controllare l'embricatura di un tetto , era Salvatore che dava ilo colpo d'occhio finale.
Per Salvatore Zedda le cose insomma sembravano mettersi bene. Nonostante il lavoro fosse abbastanza pesante, non c'era da temere di restar senza far niente. Era anche tempo di metter la testa a posto e cercar di far famiglia, e a Sinnai di certo non erano le belle ragazze che mancavano. si trattava di farsi una solida reputazione.
Un giorno di Aprile del 66 però Salvatore trovò, recapitata dal messo del paese il richiamo alle armi. Tutti gli uomini abili erano stati mobilitati. Cosa succedeva ? si sentiva nell'aria che doveva accadere qualcosa di importante, da raccontare magari ai nipoti. La mobilitazione portò in breve centinaia di migliaia di richiamati al nord dove, ormai non era più un mistero, si sarebbe combattuto contro l'eterno nemico : l'Austria. A sentir proclami e militari a capo dell'esercito piemontese questa era la volta buona per poter chiudere la partita per il Veneto e il Trentino.
In verità le cose non stavano proprio così. L'impero austro ungarico, alle prese con la Prussia e debole sul fronte internazionale avrebbe volentieri concluso in via pacifica con il neo formato stato italiano.
I piemontesi premevano per il Veneto ? Che se lo prendessero pure pacificamente. In cambio della neutralità sul conflitto che andava delineandosi gli austriaci erano disposti a fare ampie concessioni senza colpo ferire.
Ma i piemontesi erano troppo guerrafondai. Schiere di generaloni, La Marmora e Cialdini in testa sognavano da tempo l'assalto a spade sguainate contro un nemico vero. Finora avevano potuto prendersela solo con poveri contadini etichettati come " briganti " al sud. Ora però si trattava degli austriaci. Questa poteva essere gloria vera. Da tramandare ai posteri , finalmente.
Nella rincorsa alla gloria sul campo due grossi eserciti nel giugno del 66 mossero contro gli austriaci. Per una sorta di par contitzio La Marmora, che diede le dimissioni da primo ministro per rimettersi in sella a capo di un armata comincio ad avanzare da ovest, Cialdini, che nei 5 anni appena trascorsi era riuscito a massacrare centinaia di migliaia di civili al sud era invece a capo di un esercito tutto suo e puntava verso gli austriaci partendo da Bologna. Poche decine di migliaia di militari austriaci potevano in quel momento opporsi a questa valanga che li minacciava da due fronti.
Ma erano pur militari, bene addestrati oltre che ben comandati.
Salvatore Zedda era inquadrato, come tutti i sardi nell'esercito capitanato dal LaMarmora. Questi aveva voluto con se tutti i militari sardi, che amava e rispettava. Come può amare e rispettare un piemontese di casa Savoia , si capisce.
Salvatore che nel frattempo era stato promosso caporale si ritrovò sul campo di battaglia di VillaFranca . Ciò che accade lui se lo ricordò bene . Stavano in linea con l'arma al piede attendendo ordini in una alba carica di nebbia e umidità. Sapevano che di fronte vi erano le batterie degli austriaci e che però si era andati di fronte quasi a sbatterci contro senza alcuna tattica particolare. Era quasi come se si trattasse di una esercitazione o peggio ancora, di una parata militare. Ordini, proclami roboanti, drappelli di ufficiali scintillanti nelle loro divise che apparivano senza logiche apparenti non gli facevano una buona impressione.
Nonostante la nebbia e l'umidità dell'aria il terreno era secco e duro, come lo è logicamente nella buona stagione. La cosa lo infastidiva e accresceva i suoi timori. Se sparano con i cannoni, le palle di rimbalzo fanno una strage. Ci fosse il fango ... invece niente, solo nebbia e voci soffuse che arrivano dal di la . Voci non in italiano..
Salvatore stringe a se l'arma che ha in mano, Il fucile da fanteria Glisenti cal. 17, 5. Ne controlla una volta di più la capsula di innesco. Dolcemente agisce sul grilletto accompagnando con il pollice il cane di battuta in posizione di sicura. ha caricato con quattro grammi di polvere immettendo la palla minia da trenta grammi dalla volata eseguendo il tutto secondo i canoni dettati dal regolamento. In caserma sotto le attenzioni di un ufficiale che da i ritmi una linea di fucilieri riesce a ricaricare quattro volte in un minuto. Salvatore sa però che questo sarà difficile ripeterlo in battaglia. Veterani di altre guerre lo hanno spesso ricordato : fra polvere rumori e la morte che arriva ovunque strisciante sarà già molto se si riuscirà a sparare un paio di volte senza interruzioni.
Comincia già a sentir la sete quando appare un cavallo montato da un ufficiale in alta uniforme che arriva al galoppo dalla nebbia. Corre di fianco ai soldati in linea e li rincuora con parole di incoraggiamento in sardo. Poi improvvisamente è come se scoppiasse un pandemonio. Dal nulla appaiono linee ordinate di soldati in divisa bianca : gli austriaci attaccano .
Nel volgere di pochi minuti la posizione irrazionale delle linee piemontesi viene travolta e sgretolata. Salvatore ricorderà di non aver mai corso cosi tanto e così velocemente in vita sua. Liberatosi del pesante zaino da campagna riuscirà ad attestarsi con qualche centinaio di soldati presso un ponte accanto a un cascinale. Di li inizierà a tirare contro gli austriaci che in ordine e ben disposti chiudono a tenaglia il grosso dei piemontesi. I cento colpi a disposizione della sua arma tendono a terminare in modo preoccupante. Con i denti Salvatore rompe le cartucce della polvere che immette per la bocca dell'arma. Questa operazione però non fa che accrescergli la sete che ora sembra inestinguibile.Con la dose giusta e la palla ben disposta il tiro utile del suo fucile ad avancarica supera i 500 metri. Però è cosa risaputa che per essere efficaci occorre sparare a distanze molto più vicine.
Alla fine la ritirata sarà inevitabile per tutti.
L'armata di Lamarmora deve frettolosamente rientrare nelle posizioni di partenza. Cialdini è addiritura in fuga, senza che sia nemmeno inseguito. Si fermerà solo una volta arrivato a Bologna. Gli austriaci si sono rivelati ben altra cosa delle bande di diseredati del sud !.
E daltronde a loro non interessava oltrepassare il Mincio per inseguire un armata Brancaleone. Gli austriaci avevano gli interessi rivolti contro la Prussia.
La battaglia di Sadowa dove le tre armate prussiane del generale Von Moltke sconfiggeranno gli austriaci che perderanno oltre venticinquemila uomini determinerà alla fine che il Veneto venga si annesso all'Italia ma non grazie ai piemontesi, che sul campo sono stati battuti con migliaia di morti.
In modo umiliante l'Austria cederà infatti il Veneto alla Francia di Napoleone terzo che come alleato lo passerà quindi ai Piemontesi.
Lo stesso risultato lo si poteva ottenere senza sparare un colpo !
Solo che i vari Bixio, Cialdini, Sirtori, Della Rocca ( gen . piemontesi ) volevano difendere l'"onore militare" e vendicare i morti di Goito, Pastrengo e Solferino. Bella fine hanno fatto ! Pure la flotta è andata perduta nell'umiliante sconfitta navale di Lissa...
Comunque, finita la sparatoria e rimasto con le ossa rotte militarmente, il novello regno d'Italia si ritrovò con il Veneto annesso.
Rimaneva sempre il problema del turbolento ex regno delle due sicilie. I meridionali non ne volevano sentire proprio di essere tassati e vessati dai piemontesi. Il malcontento e la ribellione covava ad ogni angolo. Le fucilazioni di massa dei primi anni dopo la spedizione dei mille avevano impoverito e spopolato intere aree , e il dialogo continuava ad essere assente. Occorreva sempre la presenza di un robusto esercito di occupazione affinchè l'ordine sabaudo non sfugisse di mano.
Finita la guerra del 1866 servivano quindi soldati da tenere in quel turbolento fronte interno.
Salvatore Zedda, diventuto intanto sergente, ed allettato dalla cospiqua paga decise di raffermare la ferma di altri 5 anni.
Fu spedito in Campania come sergente appunto, nei ranghi dell'8 compagnia di disciplina.
Aveva da tenere a bada quindi non soldati comuni, bensì un accozzaglia di gente che non si sapeva bene se tener in galera, fucilare o, e forse sembrava la cosa più conveniente e sbrigativa, mandare per le montagne ad inseguire briganti o presunti tali.
Per Salvatore erano tutti bravi ragazzi, un pò sfortunati forse, per essersi messi nei guai a volte per un nonnulla.
Come erano armati in quel periodo i militari italiani ?
Per le armi quelli erano anni di innovazioni e cambiamenti a getto continuo. A Sadowa gli austriaci con i loro Lorenz ad avancarica furono sbaragliati dai Prussiani armati con il Dreyse a retrocarica. I vantaggi di quest'arma si rivelarono palesi oltre che per la aumentata cadenza di fuoco anche perchè cambiava drasticamente la tattica di battaglia. Per la prima volta grazie al fatto che non occorreva ricaricare l'arma imboccandola dalla volata non ci si esponeva con tutto il corpo al tiro del nemico. Si poteva stare sempre sdraiati e sparare senza esporsi. Cosa impossibile con i fucili ad avancarica.
Nel 1867 capitò poi un fatto storico che fece correre tutti a cercare di modernizzare gli armamenti.
I garibaldini entrati nello stato pontificio nel tentativo di conquistare Roma si ritrovano le truppe francesi nella zona di Mentana.
A tappe forzate , sbarcate a Civitavecchia questi vanno incontro agli invasori in difesa del potere temporale del papa.
I garibaldini sono un eterogeneo gruppo di volontari tutti attaccati alle gesta ed all'alone di leggenda che circonda la figura di Garibaldi. Il mito dell'invincibilità e l'ardore patriottico li rende un elite rispettata ed ammirata. Garibaldi e i suoi legionari sono stati gli unici a rimaner con la testa alta di fronte agli austriaci l'anno prima vincendo a Bezzecca ed impossessandosi di fatto del Trentino.
Memorabile la telegrafica risposta :obbedisco ... che Garibaldi diede allo sconfitto Vittorio Emanuele che gli chiedeva di ritirare le sue truppe vincenti da quel territorio.
Sulla carta sembrava che l'entrata di Garibaldi a Roma fosse cosa ormai fatta.
Accadde invece che nelle mani dei soldati francesi c'era un arma mai vista : lo chassepot mod 1866 .
Questo fucile a retrocarica con il percussore ad ago che attraversava tutta la cartuccia andando a sbattere nell'innesco contenuto alla base della pallottola fu per i garibaldini una amara sorpresa. Il nutrito fuoco della fucileria li mise in fuga,( non si era mai visto prima ). Di fronte a una così impressionante cadenza di fuoco non c'era assalto alla baionetta che tenesse. I canonici dogma del combattimento crollavano nel volgere di un mattino. "Le chassepot il fait meravilles " fu il commento dei francesi per quell'episodio.
Figuriamoci come ci rimasero i piemontesi.
Prussiani, americani, inglesi e ora anche i francesi adottavano nuove micidiali armi. E loro ancora con i loro fucili ad avancarica.Non si poteva attendere oltre ma d'altra parte le casse statali erano tremendamente in deficit. Fra guerre, annessioni e stato di polizia al sud non c'erano molte lire da scialaquare e si sa, da sempre le armi ad alta tecnologia sono anche le più care. Iniziati gli studi per passare ai fucili a retrocarica si scartarono da subito le nuove armi con munizioni a bossolo metallico : troppe le armi che servivano per la numerosa truppa impegnata e troppo costose. Occorreva indirizzarsi per forze di cosa verso progetti che permettessero di poter riutilizzare mediante modifiche economiche le armi ad avancarica. Il capitolato di spesa non doveva superare per la trsformazione più di 10 lire a fucile. Riuscì nel difficile compito un tecnico della reale fabbrica di armi : Salvatore Carcano. Brevettando un inedito sistema di caricamento con percussore ad ago riusci a poter far avviare il processo di trasformazione dei vecchi avancarica rimanendo nei limiti previsti dal capitolato di spesa. In breve furono così modificati centinaia di migliaia di fucili mod. 1860 e 1865 .
I nuovi fucili arrivarono al " fronte interno " del sud nell'autunno del 1868.
Mio bisnonno Salvatore Zedda se lo ritrovò quindi in dotazione alla sua truppa. Non ebbe mai parole di grande ammirazione per la nuova arma. Tanto per cominciare non sparava meglio dei vecchi avancarica. Balisticamente il tiro anzi, a causa di frequenti fughe di gas dal sistema di chiusura dell'otturatore era abbastanza destabilizzato. Certo si sparavano più colpi, però anche questo era un vantaggio che durava i primi minuti. Poi morchie e feccie residue dalla combustione della polvere nera rendevano sempre più problematico il corretto funzionamento di ago e otturatore che dopo una decina di colpi tendevano a inchiodarsi.
"Fiara una scuppetta arrenegara" ricordava Salvatore ( era un fucile dispettoso.. ).
" apustis chi d'imperastas cincus o ses bortas toccara ci spurai aintrus po da scozzai" ( dopo che ci sparavi cinque o sei volte bisognava sputare nell'otturatore per farlo funzionare.. ).
"e sa cosa ti fiara pigai puru siri poita mancai fiasta currendi e sparendi. ( la cosa alla lunga ti faceva venir una gran sete perche otre che sparare stavi magari anche correndo ).
Apustis dexi corpus po da movi toccara ci pisciai aintrus, scuppetta maladitta... ( dopo dieci colpi per schiodarla bisognava pisciarci dentro, fucile maledetto... ).
Molto meglio il fido revolver Lefaucheux con cartuccia metallica a spillo che infatti Salvatore Zedda si porterà sempre dietro, anche a naia finita.
Congedato per fine ferma nell'aprile del 1871 per la verità si porterà a casa anche il Carcano mod. 1868. Probabilmente riscattato per poche lire dall'esercito. Già in quell'anno infatti si adottava il ben più performante Vetterli a cartuccia metallica e calibro ridotto.
Mediocre per inseguire a fucilate briganti e contadini al sud, il Carcano poteva comunque ancora tornare buono per la caccia ai numerosi cinghiali che all'epoca scendevan dai monti fino alle prime case del paese, a Sinnai.
La decable del Carcano 1868 si ebbe a soli due anni dalla sua adozione: accadde alla " presa di Porta Pia " nel 1870.
Nel luglio di quell'anno si aprì il conflitto fra Francia e Prussia che finì con un disastro militare a Sedan per i francesi. Napoleone terzo finì prigioniero. Lo stato pontificio perse l'ala protettrice dei transalpini.
Senza porre tempo in mezzo Vittorio Emanuele secondo mosse il suo esercito alla conquista di Roma. Spedì il generale Cadorna con i suoi bersaglieri armati con i carcano a retrocarica. Sessantamila soldati presero d'assedio la citta. Il papa Pio IX capì che stavolta c'era poco da fare e ordinò alle sue guardie svizzere solo una resistenza simbolica. Di fronte alle batterie dei cannoni predisposte per aprire una breccia furono innalzate le bandiere bianche in segno di resa.
Ma al comando dell'artiglieria vi era Bixio. Aveva preso in gioventù troppe fucilate da francesi e papalini per farla ora finire così pacificamente. E poi un pò tutti avevano voglia di fare il gesto eroico, l'assalto con gli squilli di tromba e tutto il resto. Si iniziò quindi a cannonneggiare , Decine di migliaia di bombe furono spedite all'indirizzo dei romani e alla fine il mattino del 20 settembre 1870 presso Porta Pia la breccia sulla cinta muraria era cosa fatta. Si andò così all'assalto penne al vento e trombettieri in prima fila.
L'amara sorpresa fu che le guardie svizzere mica avevano gli schassepots, ormai obsoleti. Lo stato pontificio non era economicamente scalcagnato come quello italiano . Nelle mani dei difensori vi erano i temibili Rolling Block a cartuccia metallica. Carabine micidiali dalla gittata e precisione più che doppia rispetto ai fucili in mano ai bersaglieri. Nonostante dovessero opporre solo una resistenza simbolica le guardie svizzere (gli zuavi di Kanzler ) uccisero una cinquantina di bersaglieri e ne storpiarono diverse centinaia. I Rolling Bloch a cose concluse finirono nelle mani degli esterrefatti bersaglieri.
La carriera militare del Carcano 1868 finì lì.
Il governo italiano capì che nn si poteva transigere oltre e fù adottato l'ottimo fucile Vetterli svizzero di cui furono aquistati i diritti di produzione.Il carcano ad ago fu rapidamente ritirato dalla circolazione .
Un imprenditore lombardo, tale Belotti in seguito li aquistò in blocco con l'intento di venderli al governo cinese ma questo alla fine preferì aquistare i ben più performanti Mauser mod. 1871.Alcune centinaia di migliaia di Carcano rimasero quindi in giacenza invenduti portando alla crisi finanziaria lo sfortunato imprenditore. Era un problema pure tentare di trasformarli in fucili da caccia.
Infatti occorreva togliere via la rigatura alesando la canna, modificare drasticamente l'otturatore e la camera di scoppio affinchè questa potesse camerare così la cartuccia del cal. 12. Si sarebbe ottenuto un fucile monocolpo che avrebbe avuto i costi simili di un a doppietta ben più funzionale. Senza considerare che l'arma, nata per le polveri nere dei tempi dell'avancarica male avrebbe sopportato gli stress delle nuove polveri infumi ben più potenti.
Un incendio del deposito in cui erano conservate a Brescia distrusse comunque la maggior parte di queste armi.
Mio bisnonno Salvatore usò, finalmente con soddisfazione il suo fucile per diverse stagioni di caccia al cinghiale. Poi l'ago del percussore si ruppe e l'arma diventò inservibile.
Finito in soffitta e poi dietro il forno del pane lì ci rimase sicuramente per almeno mezzo secolo.I legni recano i segni dl caldo accumulato. Mio padre ristrutturando la casa lo trovò e non sapendo cosa farne lo legò ad un trave di sostegno del controsoffitto della cucina. Altri cinquant'anni così ed eccolo rispuntare all'ennesima ristrutturazione.
Finalmente abbiamo scoperto cos'era "sa scuppetta chi toccara ci pixiai aintrus " di bisnonno Zedda.

