2002 – Libyke

02 Apr 2007

2002 – Libyke L’aereo con tutti noi vola veloce verso il sud. Siamo partiti da Roma a bordo di un promettente Boeing 737 che, quasi per miracolo, ci porterà direttamente all’oasi di Ghat, in Libia, 1500 km a sud di Tripoli. Pensando all’areoporto, conosciuto lo scorso anno e chiamato tale con molta enfasi, mi chiedo come farà questo bestione a far entrare anche il solo muso in quella pista... Dopo circa 3 ore di volo ad una velocità di 850 km./ora, dopo aver visto sotto di noi prima il mediterraneo, poi le prime coste africane e quindi le immense solitudini del deserto libico, finalmente l’aereo scende di quota. Si riconoscono distintamente le nere creste dei rocciai dell’Akakus, contrastate da un mare di sabbia rossa, le cui dune viste dall'aereo appaiono essere come serie infinite di onde in un mare in tempesta. L’aereo scende di quota come un falco. Non si capisce come e dove possa atterrare. Monoliti di roccia scura e dune, che ora diventano enormi, sembrano entrare dai finestrini... Nessuno parla.

Poi, finalmente, le ruote toccano qualcosa di solido, ed è subito un gran polverone che ci fa quasi piombare nel buio. Alla velocità d’atterraggio i reattori risucchiano, oltre l’aria, anche tutta la polvere di questa pista africana. Le turbine calano di giri e l’aereo è in breve fermo di fronte a quella che sembra una specie di caserma.

Le poche persone all'esterno devono essere tutti gli addetti di questo avamposto, nessuno dei quali si è voluto perdere un evento così straordinario come questo atterraggio: mai un aereo cosi grande era atterrato a Ghat ( questo lo abbiamo saputo poi, però... ). Mentre scendiamo le scalette sentiamo subito il forte calore del sole ancora alto. Qualcuno si raccomanda ai piloti dell’aereo: ricordatevi di venire a prenderci fra una settimana!

Le formalità doganali si limitano ad una grande ammucchiata di passaporti che rivedremo il giorno della partenza. I libici si dimostrano cortesi e ospitali e immediatamente abbiamo come la sensazione di trovarci in un luogo si sperduto, ma accogliente e sicuro. Una ventina di guide Tuareg, con i loro consunti fuoristrada, ci aspettano per portarci al campo base: 100 km di asfalto roso dal vento e dal fondo tutto crepe, vero tormento per noi che stiamo ora stipati sei per macchina, bici e bagagli compresi. Gli ultimi 40 km. di piste sterrate, affrontate che ormai è buio, in confronto sono un sollievo.

Chi sta al campo vedrà arrivare dal buio del deserto sciabolate di fari praticamente da tutti e quattro punti cardinali perchè ogni guida sceglie una strada differente sia per non prendere la polvere della carovana, sia perchè ognuna segue piste preferenziali. Un vento teso sferza le tende dell’organizzazione, di un verde cupo, mentre Fiorini, il patron della corsa, ci dà il benvenuto e ci indica subito la cucina dove Bea e Carlo, cuochi veterani dell’organizzazione, ci hanno preparato quella che è la prima cena: pasta a volontà, formaggio e quant’altro di pronto il convento passa al momento. In piedi, consumiamo il pasto su stoviglie di fortuna: impareremo a trasformare in piatti e scodelle qualsiasi recipiente sia di liquidi che di solidi perchè giustamente alla Libike, per non lasciare in giro un codazzo di rifiuti, non si utilizzano stoviglie usa e getta. Ognuno dovrebbe avere le sue e, se come è capitato, alcuni hanno dimenticato questo particolare, ecco che, con italica fantasia, si è posto presto rimedio.

La notte porta anche un bel calo della temperatura, cosa che risulta evidente al mattino, quando devi uscire dal sacco a pelo e iniziare la giornata. La prima di queste è dedicata ad ambientarci e a mettere a posto bici e bagagli: nessuna levataccia quindi.

Con calma, con il sole già alto che scalda corpo e morale, tutti si inizia a riassemblare i mezzi e, subito dopo, si va a fare qualche primo piccolo timido giro intorno al campo, e poi, magari in gruppo, ci si allontana sempre più, cercando di capire e indovinare quali saranno le difficoltà ed i tipi di terreno della gara che inizierà l’indomani. Basta poco per allontanarci dalla vista del campo. Ed altrettanto facilmente ci si rende conto come gli errori di valutazione di distanza ed orografia siano sempre in agguato.

É tutto un dedalo di cattedrali di roccia e sabbia che sembrano avere forme diverse e certe, ma che poi, spostandoti e cambiando prospettiva, subito ti confondono e ti pongono dubbi.

I tuareg chiamano questi luoghi la casa degli spiriti, perchè nelle frequenti giornate di vento si sentono fischi e rumori sinistri generati sicuramente dall’aria che passa violentemente tra le fessure delle rocce. Però, che rumori! Sembrano lamenti e miagolii di creature oscure che chissà dove sono nascoste e che forma hanno...

Il luogo dove siamo accampati è la fine di una larga vallata. Una distesa a perdita d’occhio puntellata di sassi solitari che finisce schiacciata sui primi contrafforti di un massiccio roccioso. Su questo si arrampicano alte diverse lingue di sabbia rossa, che declina dall’alto verso il basso nelle diverse sfumature del rosso e dell’arancione.

Grotte seminascoste ed anfratti arrichiscono il colpo d’occhio che il paesaggio offre. Viene subito voglia di arrampicarsi ed esplorare. Appaiono quasi come se fossero la cosa più naturale alcuni segni fatti dalla mano dell’uomo su una parete rocciosa. Segni di migliaia di anni fa, di cui tutto l’Akakus è ricco. Non vi è luogo o rocciaio di una certa importanza che non ne conservi.

Tutte le grotte sono poi un Gazebo. I tuareg del posto, le guide che portano in giro i turisti, ne conoscono un infinità. Ognuno di loro ha il suo sito preferito e fanno un pò a gara a chi “custodisce” il più bello. Intorno ai siti si trovano tantissimi cocci e resti di vita del neolitico. Tutti questi luoghi sono un vero e proprio museo a cielo aperto.

Comunque la prima cosa che trovo spuntare dalla sabbia è una cartuccia inesplosa di moschetto italiano completamente ossidata da decenni di sole. Leggo la data di fabbricazione: 1927. Una cartuccia di fucile mod. 91. Il compagno fedele delle nostre tuppe cammellate.

Mi immagino una lunga fila di legionari sui Mehari, i mitici cammelli del deserto, in questo remoto angolo di Sahara che passano il loro tempo a pattugliare queste lande, lontane da Tripoli tre mesi di marcia. Magari il soldato Caputo, nell'accendersi una preziosa sigaretta dall’alto della sua sella, l’avrà anche vista scivolar via quella cartuccia dalla sua dotazione d’ordinanza, ma avrà fatto finta di nulla in quel mare di sabbia e solitudini di roccia. Non sparano d’altronde a nessuno e la sola cosa che si muove è la sabbia portata dal vento. Solo il vento infatti sembra correre e passare per queste valli. Soldati italiani, sentinelle perdute in questo lembo di terra chiamato “Impero”.

Al campo ricontrollo per l’ennesima volta la mia bici: doppia corona anteriore e nove rapporti dietro, con la catena ed il resto della trasmissione tenuta in ordine e lubrificata con del borotalco perchè se usassi il tradizionale olio, mi ritroverei sicuramente con lo sferragliare sabbia o qualcosa di peggio al primo contatto con le dune.

Le gomme sono tubeless, di buona sezione e semislik.

La pressione la farò blanda, perchè l’esperienza mi ha insegnato che, se vuoi cavarti d’impaccio in tratti sabbiosi e poco scorrevoli, non devi mai perdere velocità e quindi devi stare con il peso sempre ben bilanciato sulle due ruote e procedere in danzeuse con rapporti lunghi, cercando le traiettorie dove il terreno indurisce e buttandotici dentro senza esitazioni, anche se così si allunga il percorso.

Le gomme poco gonfie aiutano non poco. E poi queste tubeless sono proprio una bella invenzione. Ti permettono di passare impunemente su rovi e spine di ogni taglia. Certo un pò alla fine perdono, ma sono quisquiglie: la gara la porti a termine e comunque, con un pò di aria, rivanno subito in pressione e puoi continuare. Sul manubrio, oltre al tradizionale contachilometri che possiede anche la funzione che permette di azzerare i parziali, ho montato un porta rooad book, anche lui da me artigianalmente realizzato in fibra di carbonio come, daltronde, tutto il resto della bici. Davanti a tutto, infine, la bussola, che nelle intenzioni serve a non perdersi e a poter interpretare correttamente le note che descrivono il percorso che l’organizzazione ci ha fornito in fogli 7x13 quadrettati e che io ho incollato uno dietro l’altro per poterli far scorrere nel porta road book.

Finezza, questa, che escogiterò solo io e che comunque non mi impedirà di riuscire a sbagliare strada e quindi perdermi miseramente durante la prima tappa, portandomi oltrettutto a spasso per il deserto lo spagnolo Boldt, colpevole esso solo di starmi attaccato a tutti i costi, senza considerare che non ero io quello con il GPS, ma il tedesco!

Ho già mezzo preannunciato la mia catastrofica prima tappa. Ora che scrivo, il ricordo di questa esperienza non riesce a dare lo spessore di cosa ti passa per la testa quando ti perdi, consapevole di averlo fatto in uno dei luoghi più sperduti del mondo, dove potrebbe non passare nessuno ad aiutarti... Accarezzi cose come la paura, e ti rendi conto di come semplici particolari, che ti parevano tali in condizioni normali, possano significare toglierti dai guai e quindi sopravvivere.

La giornata era attesa da tutti: finalmente la gara! Alle otto e cinque minuti Fiorini da il via, e si parte come dragster, di fronte un mare di sassi e sabbia. Mi trovo in compagnia dello spagnolo Gerard Boldt che mi segue come un ombra. Gli altri sono già delle figure indistinte quando entriamo nel dedalo di vallate e rocciai che ci si parano davanti dopo alcuni km.

I primi 5 km. li ho provati il giorno prima quindi vado senza osservare le note. Ed è proprio questa eccessiva sicurezza che mi tradirà. Infatti di li a poco, sempre con lo spagnolo alle costole entrerò, con un errore iniziale di pochi gradi in una vallata che allargandosi e restringendosi mi porterà sempre più fuori rotta. Non troverò quindi alcun riferimento rispetto alle note e l’errore di navigazione si rivelerà palese quando, percorsi 15 km, non troverò il previsto controllo timbro.

Quindi inizia l’odissea.

Per un pò spero ancora di essere in gara e che ritroverò la giusta strada in breve tempo. Essendo la direzione principale del percorso da nord verso sud cominciamo, io e Boldt insieme, a fare dei gran traversi est ovest, nella certezza di poter prima o poi intersecare la pista di gara. Però, nonostante traversi di decine di km, non accade niente di simile. Non si vede nessuno, non troviamo alcuna traccia. Allora decidiamo di scalare alcune alture, ognuna a circa un km di distanza dall'altra per poter avere più visuale e poter scorgere così un qualsiasi movimento. Ma nella mezz'ora seguente non arriva alcuna novità.

Semmai si materializza la conclusione che siamo in un luogo immenso, pieno di dislivelli, vallate e rocciai e che potrebbero passare mesi prima che qualcuno capiti da queste parti... Dalla guglia sulla quale mi sono arrampicato, osservo la posizione del sole che comincia ad essere alto, e penso al tempo che ho a disposizione per cavarmi dai guai, da solo. Se arriva a far notte sono problemi seri: la temperatura va sotto zero e sono in maniche corte.

Faccio l’inventario di ciò che ho dentro lo zainetto: la dotazione di sopravvivenza è ben scarna. Maledico la cretinata fatta al mattino di dimezzare il telo d’alluminio che serve da coperta di sopravvivenza, per risparmiare sul peso. Se farà buio dovrò scavarmi una buca e infilarmici dentro. Non ho neppure il coltello, però ho il cucchiaio, residuo della colazione del mattino. Per scavare andrà bene...

Mi dò dell’idiota quando mi rendo conto di aver pure dimenticato l’accendino. Queste cose, che sembrano inezie, in questi frangenti assumono importanza titanica. Con l’accendino puoi accendere un fuoco la notte con cui scaldarti e soprattutto farti avvistare da eventuali soccorritori. E dire che io ne possiedo uno molto tecnico, non di quelli per accendersi le sigarette al bar ma uno da alta montagna, antivento: peccato lo abbia lasciato in tenda! Da bere ho solo la solita borraccia da ciclista, ma ancora piena. Quattro barrette energetiche da 60 grammi sono tutte le provviste al seguito.

Mentre ridiscendo da dove mi sono arrampicato noto un anfratto riparato dal vento con delle vecchie sterpaglie accumulate dal tempo. Sulla volta vi sono antiche incisioni di animali stilizzati dalle gambe e il collo lungo: giraffe.

Vado alla ricerca di Boldt. Anche se sembrava nelle vicinanze, in realtà c’è il rischio di perderci di vista anche fra di noi. Ci ricompattiamo e decidiamo che è inutile continuare a vagare, rischiamo di allontanarci e quindi perderci sempre di più. Dobbiamo tornare sui nostri passi, fare il cap a nord e andare via così, verso il punto ove siamo partiti. Nella peggiore delle ipotesi, a 60 km circa troveremo il villaggio libico adiacente l’unica strada esistente nel raggio di 500 km. Qualsiasi altra direzione può mandarci nel nulla.

Con il mio avversario, ormai diventato compagno di sventura, Gerard Boldt ci troviamo subito daccordo. Le forze per farci anche un centinaio di km. in bici non mancano di certo, nè a me nè a lui. Un misto di italiano, spagnolo e anche sardo sono più che sufficienti per intenderci.

Con rotta zero gradi si va via veloci su un duro plateau sassoso. Intorno il paesaggio pur aprendosi in valli sempre diverse ci inganna con prospettive che sembrano dirci che siamo sempre nello stesso luogo, quasi girassimo in tondo, ma la bussola parla chiaro: stiamo andando dritti in linea retta verso nord. Dopo circa un'ora, cominciamo a intravedere qualche vecchia traccia di veicoli. Tracce confuse e, a volte, intercalanti, ma comunque prevalentemente indirizzate nelle linea nord-sud. Alla fine ci troviamo su una pista ben marcata, e già questo basta per ridarci coraggio e morale.

“Vamos companero!” mi dice Boldt, con il viso di chi sembra resuscitato.

Ancora un poco e dall’indefinibile teoria di montagne e roccie ne scorgo una dalla forma che mi pare familiare. Ha la forma di un dito indice, lungo diverse decine di metri, che punta verso il cielo. Va bene che qui è facile trovare sassi o forme che sembrano replicarsi all’infinito, ma quel dito così giurerei di averlo visto ad alcuni km. a est del punto di bivacco e partenza.

Comincio a stringere a ovest con il compagno Boldt che mi segue, pur non comprendendo ancora il perchè della deviazione. Gli appare evidente quando finalmente intersechiamo il percorso di gara, che riconosciamo come tale perchè battuto da tracce di ogni tipo: solchi di bici che sembrano come tanti fili di Arianna, e poi calpestio di gente a piedi, e profonde impronte di fuoristrada: quelli dell’organizzazione.

Guardo l’orologio: é passato mezzogiorno, siamo nello stesso punto delle otto del mattino. Uno sguardo d’intesa con Gerard, e ricominciamo daccapo: ormai si tratta solo di seguire le tracce e controllare bene le note. In breve, con un passo comunque molto veloce, troviamo il primo controllo dove ( per fortuna! ) i due responsabili ci accolgono con meraviglia e curiosità per il gran ritardo.

Lungo il percorso poi incontreremo anche Fiorini, con il suo fuoristrada, evidentemente sollevato di rivederci sbucare... dal nulla. Cominciavamo già a dare l’idea dei dispersi. Alla fine, fra attraversamenti di Ouad, piste polverose, distese di sabbia e rocciai di vario genere arriviamo in vista del traguardo di arrivo della tappa. Gerard Boldt va avanti, mentre io mi fermo a circa un km. dall'arrivo per ridare aria all’esausta gomma anteriore e già che ci sono mi concedo finalmente un minuto di pausa, dopo tanto tribolare. Mi addento una barretta energetica e finisco l’acqua della borraccia, poi riparto e arrivo anch’io verso il traguardo. Trovo tutti spaparanzati al sole con le loro tende ben montate, sorridenti e con le battutine pronte. Ovviamente sono il bersaglio di lazzi e commenti ironici. Lo spagnolo viene un pò considerato una vittima, la cui sola colpa è quella di avermi seguito.

Dopo così tante traversie, ora comincio a sentire tantissimo la fatica. I km fatti, più del doppio rispetto a quelli della tappa, lo stress e la tensione accumulati vagando al mattino perso nel deserto, ora si fanno sentire. Ho le gambe di piombo mentre vado a cercare i miei bagagli...

Per prima cosa voglio montare la tenda, così da poterci stendere il sacco a pelo e riposare subito. Ma devo anche mangiare, assolutamente. Fra poche ore inizierà la temuta tappa notturna e, se voglio ripartire, dovrò recuperare le forze. Ma anche rifarmi le energie. Montato veloce la tenda prendo la gavetta e al punto di ristoro me la faccio colmare di pasta. Sono talmente stanco che non riesco a mandare giù più di qualche boccone.Mi stendo supino dentro la tenda mentre fuori si sente il trambusto di chi già armeggia intorno alle bici per mettere a punto fari e tutto il resto.

Sono come intorpidito, anche se non riesco neppure a prendere sonno. Ogni tanto mando giù un pò del contenuto della gavetta che mi sono messo di lato. Sento la gente fuori che si da da fare e so bene che anch’io dovrò risistemare la mia bici. La ruota anteriore era quasi sgonfia, sicuramente il tubless è da bonificare dalle spine. Anche l’impianto d'illuminazione è da mettere al suo posto. Però tutto questo, che pure è importante non lo è quanto recuperare le forze. Se non ci riesco, a nulla vale avere il mezzo in ordine.

Sono le 4 del pomeriggio. Si parte a mezzanotte con una bella luna. Certamente però farà freddo. Se riesco a stare almeno 5 ore steso nella tenda, comunque poi avrò il tempo di sistemare la bici. Le ore passano in fretta, ed il mio è un dormiveglia nel quale i pensieri e le preoccupazioni si tramutano ogni tanto in incubi che poi, come mi risveglio, ridiventano problemi da risolvere o gestire.

É buio da un pezzo quando comincio a programmarmi l’immediato futuro. Intanto, cosa positiva, mi è venuta una gran fame, segno che il fisico sta finalmente reagendo bene al grandissimo sforzo della giornata. Uscendo dalla tenda per andare alla zona cucine vedo tanta gente darsi daffare attorno alle bici, la gran parte delle quali già più che pronte alla tappa notturna.

La mia è ancora desolatamente appoggiata alle roccie di fianco, entrambe le ruote semisgonfie. Carlo, il cuoco, vedendomi mi serve su un pezzo di cartone quanto c’è intorno di ancora commestibile: sta già smontando tutto per trasferirsi all’arrivo della prossima tappa.

Quindi nelle due ore precedenti la mezzanotte, orario di partenza della tappa notturna, mi dedico alla bici: riassetto le gomme, controllo tutta la meccanica ed infine monto l’impianto di illuminazione, un faro alogeno da dieci watt collegato a una batteria del peso di 500 grammi vincolata al telaio dall'autonomia preventivata di circa 3 ore. L’organizzazione ci ha fornito pure di una piccola torcia fluorescente, da applicare nello zaino o nella schiena, allo scopo di renderci visibili in qualche modo nella notte, nel caso andasse fuori uso l’impianto di illuminazione. Torce dello stesso tipo sono state disposte ogni tanto anche lungo il percorso di 54 km. Si riveleranno provvidenziali perchè, alla prova dei fatti sarebbe altrimenti risultato difficilissimo non perdersi.

La partenza avviene puntuale a mezzanotte, l’aria è per fortuna poco fredda e la luna splende decisa. Piccole luci, le nostre, fendono il deserto che, nell’oscurità, sembra popolato da misteriosi esseri. Arbusti e rocce ti appaiono all’improvviso assumendo le sagome più strane, poi l’occhio si abitua al tenue ed argenteo riflesso della luna e diventa possibile valutare le traiettorie migliori anche senza l’ausilio del faro che spengo per meglio abituare la vista. Dopo un pò mi ritrovo davanti a tutti, a fare da apripista. Dietro intravedo l’ombra di un biker che mi segue a una decina di metri. É sempre Boldt, e anche lui va senza luci. Molto più lontani si intravedono tremolanti punti luminosi: sono gli altri che seguono. Guardo sempre avanti a cercare il riflesso delle balise luminose: sono disposte circa ogni 2 km e l’apparire di questi tenui puntini verdi in lontananza dà coraggio e morale così come subentra lo sconforto a non trovarle regolarmente. Gia ho passato dei brutti momenti a perdermi solo poche ore prima di giorno, ci manca solo che faccia il bis di notte!


Comunque sono sulla strada buona. Incontro i controlli e timbro il più velocemente possibile ma Boldt è sempre li che mi tallona. Evidentemente la luce che porto appesa alla schiena gli fa da riferimento. Mi fermo velocemente e la caccio dentro lo zainetto: in breve mi ritroverò da solo a percorrere gli ultimi km del percorso. La pista dura e sassosa ora affonda sempre di più in tratti sabbiosi. Poi compaiono le dune. Le balise che svettano sulle creste danno i riferimenti. Sembrano stelle un pò più grandi delle tantissime che punteggiano luminosissime il firmamento. La bici va via veloce anche in tratti in salita. A quest’ora il freddo e l’umidità rendono la sabbia rossa dura come cemento e le gomme scricchiolano come se si passasse su ghiaccio che si rompe.

In discesa si va in picchiata da matti ma la tenuta è buona e rassicurante: sono in gara, ma è un vero spasso!

Finalmente alcuni fuoristrada e una parvenza di accampamento in allestimento mi si parano davanti all’improvviso. Compare Fiorini mi ferma dichiarandomi vincitore della tappa. Che è stata accorciata di alcuni km per l’impossibilità da parte dei mezzi dell’organizzazione di superare in tempo utile l’ultimo cordone di dune. Il cambio improvviso di programma non gli ha dato neppure il tempo di allestire per me lo striscione d’arrivo che comunque sarà al suo posto subito dopo. In successione quindi compaiono dal buio, tutti a luci spente, Boldt, Plooner e quindi il tedesco Smitldt. Per fortuna c’è di lato il camion con i nostri sacchi a pelo. Cerco il mio zainetto e lo trovo immediatamente. Tiro fuori il sacco a pelo e con questo mi butto per terra sotto un camion. Sono stanchissimo e fuori ora si sente il freddo. Mi tolgo casco e scarpe e, mentre sento rumori e voci sempre più ovattate e lontane, sprofondo in un sonno di piombo.

É la luce del sole già alto a svegliarmi. Il camion sotto cui mi sono steso la notte non c’è più. Poco lontano vedo i banchi dell’organizzazione montati per la prima colazione. Ma sono pressochè deserti. Quasi tutti ancora dormono, dentro le tende o semplicemente sparsi coi sacchi a pelo un pò ovunque. Oggetti e bici, abbandonati in un disordine globale, danno l’idea della confusione di una tappa notturna. Oggi si riposa e allora ci sarà tutto il tempo di riordinare cose e idee.Per me è molto diverso dal giorno prima. Ieri ero stravolto dalla fatica e demoralizzato. Ora sono fresco e riposato, e ho vinto la tappa notturna. Non che la classifica mi dia speranze di gloria, però almeno ho puntualizzato i valori in campo.
La mattina è dedicata a sistemare bici e materiali. Le gomme tubeless sono le più bisognose di cure. Infatti ora entrambe le ruote sono a terra. Solo dall’anteriore estrarrò 25 spine di acacia e simili. Correndo nella notte non puoi far gran scelte in fatto di traiettorie : pensi solo a schivare i sassi grossi. La ricetta per ricondizionare le gomme è comunque semplice : estrai la spina e subito dopo chiudi il foro di entrata con una goccia di cianocrilato ( attak ) ovviamente sulla superficie interna del pneumatico.In breve ripari le decine di forature che altrimenti ridurrebbero le gomme a un colapasta. Ben più impegnativa la riparazione che , mosso da pietà farò sulla bici di uno spagnolo. Il poveretto si è ritrovato con una pedivella ( ultima generazione ) sgranata irreparabilmente dall’asse scanalato del movimento centrale. Con un pò di fibra di carbonio lavorata a dovere ( ho sempre il mio kit per riparazioni d’emergenza ) salderò correttamente la pedivella al supporto. Lo spagnolo finirà senza altri problemi il rally.
Ci troviamo su un paesaggio lunare. Il trasferimento notturno non ci ha permesso di focalizzare il paesaggio, che ora si presenta come una distesa di sassi di origine vulcanica, neri e cotti dal sole, che galleggiano su di una spianata sabbiosa. Le dune rosse incorniciano l’orizzonte e a poca distanza un rocciaio è ingentilito da lunghe lingue di sabbia di tutte le tonalità del rosso che arrivano fino alla vetta. Una piccola ricognizione a piedi è hai la conferma che anche qui ci sono i segni di una remota presenza umana. Segni sulle pareti, resti di dinamici disegni con scene di animali che corrono e simili. Per terra tanti cocci di vasellame in terracotta. Trovo una splendida freccia di selce. É regolare e con i bordi seghettati.
La giornata di stop, passata a riposare e gironzolare intorno al campo passa presto. L’indomani ci aspetta la terza tappa, che sulla carta non dovrebbe dare grossi problemi di navigazione. Dopo l’abbondante cena a base di pasta e formaggi ,ormai buio, e con la temperatura che tende di nuovo ad andare giù , mi ritiro dentro la mia tendina a igloo. Sistemate in ordine le cose per l’indomani, ed evidenziate le note salienti del rood book mi accuccio dentro i due sacchi a pelo e buonanotte.
La partenza della terza tappa avviene alle 8 del mattino. Partiamo come al solito insieme e osservo che i corridori si aprono a ventaglio e tre km dopo mi ritrovo con la sola compagnia del solito Boldt, che tenace come un mastino non molla la presa. Scatti e controscatti con un occhio alle note ma lui è sempre li, non c’è verso di staccarlo. Attacchiamo ora cordoni di dune sempre più consistenti e impegnative. Qui c’è poco da pedalare. Bisogna scendere di sella e correre, con la sabbia che ti entra nelle scarpe e che a volte ti fa sprofondare fino al polpaccio . Per me però c’è il lato buono : infatti la spagnolo giù dalla bici non riesce a tenere il passo e in breve lo stacco allontanandolo sempre di più fino a vederlo solo come un indistinto puntino nello sfondo ocra del deserto.Rimasto finalmente solo mi impegno a fondo a leggere correttamente le note del rood book, con particolare attenzione per i gradi della bussola . davanti a me , grazie all’aria tersa e ai colori forti del cielo e della terra mi si apre un panorama immenso . Una vallata con tanti Oued che la percorrono, piante spinose, relitti di una vegetazione che un tempo, ormai remoto doveva essere assai florida. Sulla destra si rincorrono fino a perdersi nel lontano orizzonte eleganti montagne di sabbia, le cui dune il vento modella e plasma in sinuosi teatri di sabbia.
Pedalo a tutta con la bussola che segna 5 gradi, il terreno è compatto ma specie avvicinandomi a degli Oued o a zone con dune ai fianchi il terreno tende a diventare pesante quindi bisogna restare concentrati , guardare sempre molto avanti e puntare dove l’esperienza ti ha insegnato che le gomme tengono. Sembra di avere il passo di un ubriaco ma non c’è niente di meglio. L’andatura per linea retta ti appiederebbe di continuo. In lontananza vedo qualcosa davanti . Percorsi alcuni km si materializzano sempre più nitidamente camion e tende : è la zona di arrivo di tappa. Mi volgo indietro, sono più che solitario. Mancano ancora quasi 10 km all’arrivo ma mi sento come uno skipper in mare aperto che vede il porto d’arrivo di una importante regata, senza altre vele all’orizzonte. Il traguardo è piazzato ai piedi di una gigantesca duna e mentre lo oltrepasso non posso non rimanere colpito dalla sua imponenza.
Gli altri arriveranno alla spicciolata. Fa impressione vederli arrivare dal nulla puntini piccolissimi che pian piano si colorano e assumono le dimensioni del ciclista . Alcuni , vicini fra loro hanno ancora la voglia per un demenziale sprint finale sulla sabbia ormai calda e cedevole. I più però conservano il loro passo regolare e si assistono ad arrivi di gruppo senza alcuna verve agonistica. Lo spirito dell Libike è anche questo. Un avventura da vivere in uno dei deserti più belli del mondo, da dividere con gli amici.
La vicinanza di dune cosi maestose modifica anche il microclima. Infatti la notte il freddo è molto meno pungente grazie al contenimento di calore operato da tali masse di sabbia. Durante il pomeriggio, più che riposarci siamo un pò tutti andati a scalare queste montagne, alcuni , fra cui io con la bici in spalla per poi raggiungere la vetta e buttarmi a capofitto da pendenze da ribaltamento lunghe centinaia di metri. Fa impressione solo affaciarcisi, però scendendo la bici resta più che stabile. Basta non fare nulla, non frenare, non innescare movimenti incongrui, e stare tutto indietro.
Andiamo avanti cosi finchè non fa buio.
Il giorno seguente vedrà la tappa conclusiva. Questa inizia con l’attraversamento di una vastissima area pianeggiante senza alcun ostacolo naturale, a parte gli immancabili Oued e sassi di tutte le dimensioni , di cui il terreno è infarcito. In una nota ci sono 15 km : cap dritti per 340 gradi. Alla partenza collimo la bussola in quella direzione e prendo come riferimento la cima di una lontana montagna, appena percettibile. Al via allungo deciso pensando solo a schivare sassi e cunette. Il terreno è duro e il vento a favore permette un andatura prossima ai 40 orari. Quasi tutti rimangono in breve molto indietro, non ovviamente il tenace Boldt, che da navigato cross countrysta non si perde d’animo facilmente, e spinge anche lui i rapportoni. Visto che mi segue come un ombra e memore dell’esperienza del giorno prima, dove l’ho visto molto in difficoltà nei tratti a piedi, adotto la tattica di andare a infilarmi in zone poco o niente pedalabili, che con occhio ormai esperto individuo a distanza. Lui mi segue e cade nella trappola. Riesco a procurarmi un rassicurante vantaggio e poi non penso più ad alcun stratagemma : tiro scegliendo le traiettorie migliori e indirizzato nella direzione dalla polvere di veicoli libici e dell’organizzazione che si dirigono al punto di arrivo . Non guardo più il rood book, un camion da 5 tonnellate con militari libici mi affianca e tutti mi fanno gran gesti. Nel rettilineo ciottoloso, spinta anche dal ghibli la bici tocca velocità prossime ai 50 orari e questo per loro è una cosa straordinaria, L’autista col dito indica il takimetro e con gli altri fa gran sorrisi d’approvazione. Sono tutti miei fans. Entro alla fine in velocità sotto l’arco di arrivo. Vincendo la terza tappa su quattro. É sempre una soddisfazione anche se so benissimo che questo non farà altro che aumentare i lazzi e i commenti ironici che i compagni d’avventura non mancheranno di riservarmi e giustamente, ad ogni occasione.
La mia gara in Africa finisce cosi, fosse una competizione normale il risultato finale la classificherebbe negativamente, finirò infatti settimo a causa della divagazione del primo giorno .
Ma per fortuna questa non è una corsa come le altre, è soprattutto un avventura e allora, ripensandoci bene, me la sono giocata bene!.




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DoctorVictor